December 29, 2003

Le Parole sotto il velo

Iran. testate chuse, giornalisti e scrittori arrestati. parla Emad-din Baghi(
pubblicato maggio 2003)
manifesto, May 24th 2003.
MARINA FORTI
DI RITORNO DA TEHRAN

L’edificio ospitava Fath, uno dei quotidiani indipendenti chiusi dalla magistratura iraniana nei primi mesi del 2000. Tutto, dai blocchi di carta intestata alla deserta sala delle riunioni di redazione, rievoca quel giornale, dice con nostalgia Emad-din Baghi: lui ne era il direttore. Arrestato alla fine di marzo del 2000, è stato scarcerato lo scorso febbraio, dopo tre anni. Ma si sente in «libertà provvisoria», un po’ come tutti i giornalisti e scrittori in Iran. Sarà che i partiti politici hanno vita fragile, statuti legali incerti, mancano di una struttura organizzativa: sta di fatto che critica politica e opposizione, in Iran, si esercitano soprattutto dalle colonne dei giornali. Però 90 testate sono state chiuse e una cinquantina di giornalisti e scrittori sono stati arrestati negli ultimi tre anni – tre nell’ultimo mese e mezzo. La stampa è il principale bersaglio della controffensiva conservatrice alla timida democratizzazione avviata dal presidente Mohammad Khatami cinque anni fa.

Proprio nel ’97 è cominciato il giornalismo indipendente , quando un’inattesa vittoria elettorale ha portato alla presidenza della repubblica questo religioso convinto di poter riformare dall’interno il sistema nato dalla rivoluzione islamica e basato sul potere assoluto della Guida suprema, massima autorità religiosa e insieme civile dell’Iran. Spiragli d’apertura nel sistema erano già apparsi, ma tutto è stato accelerato dal «presidente che sorride» (una novità, nell’arcigno panorama degli ayatollah): è mutato il clima politico e sociale. Cambiamenti visibili nei vestiti delle donne, invece del chador pantaloni e spolverini sopra al ginocchio; blu e anche colori vivaci al posto del nero; i capelli sporgenti dai foulard; sotto i grembiuloni delle studentesse, i jeans … segnali importanti, perché proprio l’obbligo di coprire corpi e teste delle donne è il simbolo fondante del sistema di potere in Iran.
La ventata di apertura ha rivoluzionato la vita pubblica: eventi culturali, gallerie d’arte, teatri, cinema si sono moltiplicati a Tehran e poco a poco in tutto il paese – oggi interi siti su internet recensiscono la vita cittadina. Sono nati anche i primi giornali non controllati dallo stato. Il primo uscì proprio nel ’97, ricorda Baghi, Jame’e: lui era uno dei columnist. Presto fu chiuso (la magistratura è un bastione dei conservatori), ma altre decine di pubblicazioni hanno aperto, da cui hanno preso la parola religiosi dissidenti, intellettuali, attivisti laici, accademici. Finché è scattata la reazione…
«Il potere in Iran si è strutturato come una casta in cui nessuno entra, ma da cui è espulso chi critica: Khatami era una minaccia a questa casta chiusa, e così pure i giornali», mi dice Baghi. Anche perché quel giornalismo indipendente ha cominciato a esporre gli aspetti più oscuri del potere: «Abbiamo scritto sui serial killings, e questo ci ha attirato la repressione giudiziaria». Serial killings, omicidi seriali: in Iran è chiamata così la «misteriosa» ondata di omicidi di intellettuali, scrittori o attivisti politici iniziata nei primi anni ’90 e intensificata nei primi anni della presidenza Khatami. Era una fase nuova della repressione di stato. Non erano più i tempi delle esecuzioni di massa di oppositori, nei primi anni ’80 e ancora nell’88, alla fine della guerra con l’Iraq, quando migliaia di persone furono uccise in carcere e l’ondata di sangue aveva suscitato critiche fin nell’entourage dell’ayatollah Khomeini, Guida suprema della rivoluzione.

Le esecuzioni di massa però appartenevano a un’epoca emergenziale. Il caso degli scrittori e attivisti laici uccisi in casa o per strada – oltre 80 nella seconda metà degli anni ’90 – era invece un’intimidazione mirata contro il dissenso. Nel ‘98 a Tehran il funerale di due attivsti uccisi, Darioush e Parvaneh Foruhar, si trasformò in una manifestazione di piazza. È allora che Baghi e un altro giornalista oggi dietro le sbarre, Akbar Ganji, hanno cominciato a scrivere articoli di indagine. Poco a poco hanno tirato in causa personaggi intoccabili, religiosi altolocati. I mandanti, hanno scritto, erano nel Ministero dell’informazione. Nel nuovo clima di apertura, ogni nuova denuncia faceva scalpore. Sotto pressione, il ministro dell’informazione ha dovuto fare pubbliche scuse e ammettere la responsabilità della polizia segreta. Accusò «elementi deviati», beninteso: ma anche così, era la prima volta nella storia dell’Iran che la polizia segreta era costretta a una simile ammissione.
«Scrivendo dei serial killings abbiamo dimostrato cosa succede quando gli apparati di sicurezza sfuggono al controllo democratico», mi dice Baghi, «quello esercitato da un parlamento liberamente eletto e sovrano. Per questo noi giornali e giornalisti siamo una minaccia alla casta del potere». Poco dopo la pubblica, scandalosa ammissione del ministro, i due giornalisti sono stati arrestati. Akbar Ganji è stato condannato a 10 anni, Baghi a 8 poi ridotti in appello.
Libero da quattro mesi, Emad-din Baghi ha ripreso a scrivere commenti, ma non vuole imbarcarsi in un nuovo giornale. Pensa a una casa editrice, ma il suo libro «Religiosi e potere» attende da mesi l’imprimatur dalla censura, e non lo otterrà facilmente: il rapporto tra gerarchia religiosa e potere è il nodo centrale dell’Iran oggi.
Baghi appartiene a quella corrente di «intellettuali islamici» che ebbe un ruolo di rilievo nella lotta contro lo Shah e nella rivoluzione islamica - studente neppure ventenne, era allora un discepolo del grande ayatollah Hossein Montazeri. Ammirava ideologhi come Abbas Abdi, che di lì a poco divenne un leader degli studenti che invasero l’ambasciata degli Stati uniti a Tehran, tenendo decine di diplomatici in ostaggio per 444 giorni (oggi Abdi è tra i sostenitori di riforme democratiche, ed è in galera). Sono questi intellettuali che oggi alimentano il movimento per la democrazia, considerano traditi gli ideali originari, denunciano la paradossale dittatura religiosa in cui vive l’Iran: un sistema duale in cui istituzioni democratiche elette (parlamento e presidente della repubblica) sono affiancate da altre istituzioni nominate dalla Guida suprema, investita del principio del velayat-e-faqih, «supremazia del giureconsulto». («Si pretendono nominati da dio, sono un potere assoluto e dittatoriale», mi dice l’ayatollah Mohsen Kedivar, un religioso dissidente). Istituzioni senza appello: il Consiglio dei Guardiani, giuristi nominati dalla Guida suprema, può respingere le leggi approvate dal parlamento ritenute non conformi alle norme islamiche, e il «Consiglio per il discernimento delle scelte» arbitra i conflitti tra parlamento e istituzioni rivoluzionarie.
Chiedo a Emad-din Baghi: quando ha visto prevalere quello che oggi chiama potere totalitario? Lui risponde parlando di legittimità: «La rivoluzione islamica va considerata nel suo tempo… Le istituzioni allora erano legittimate dalla rivoluzione stessa e dal carisma del suo leader», l’ayatollah Khomeini, defunto nell’89. Emarginato Montazeri, la battaglia per la successione alla Guida suprema fu vinta da Ali Khamenei (elevato per l’occasione al rango di ayatollah). «Il nuovo leader non aveva legittimità, ma ha costruito un sistema di potere che giustifica ogni sua decisione. Ogni critica al sistema diventa un oltraggio alla religione e alla rivoluzione islamica». Dunque, insisto, lei distingue tra prima e dopo Khomeini? Baghi pensa a lungo: «Forse, il principio di uno stato democratico era contraddittorio con l’ideologia stessa del leader supremo».

IL PROTESTANTESIMO ISLAMICO

Oggi la critica di questi intellettuali islamici è radicale. Dal carcere, Akbar Ganji ha diffuso di recente una lettera (circola su internet), un «manifesto della repubblica», dove sostiene che il clero va espulso dal governo. Altrettanto radicale Hashemi Aghajari, veterano della guerra Iran-Iraq, storico all’Università di Hamedan e membro dell’Organizzazione dei Mojaheddin della rivoluzione islamica (una sorta di «sinistra islamica» che preconizza un’autorità sottomessa alla costituzione e non viceversa): lo scorso novembre ha parlato di «protestantesimo islamico», accusa il clero sciita di aver formato una classe dirigente che usa la religione per perpetuare il proprio potere terreno e bloccare l’evoluzione della società, e auspica la separazione della religione dalla politica. Un discorso che gli è costato la condanna a morte, sospesa dopo la protesta degli studenti di Tehran e altre città. Pochi giorni fa, alla prima udienza del nuovo processo per «blasfemia», Aghajari ha rifiutato di discolparsi «finché il tribunale non sarà aperto al pubblico e alla stampa». Critiche simili sono formulate da intellettuali di stampo più chiaramente laico – come lo scrittore e traduttore Alireza Jabbari, scomparso tre mesi fa e «ricomparso» in carcere (vedi il manifesto, 6 maggio). O da molti studenti: secondo stime ufficiose, circa 300 oggi sono in galera, senza chiare accuse, spesso in carceri non-ufficiali gestiti da corpi separati dello stato.

Baghi descrive un potere arroccato: le riforme sono bloccate, la magistratura continua ad arrestare attivisti. E però, fa notare, «il settore totalitario prende sul serio la minaccia americana»: dopo la caduta di Baghdad in effetti l’Iran è accerchiato dalle truppe Usa. La pressione su Tehran aumenta: ne sono il segno le accuse di interferire in Iraq, o di violare i trattati di non proliferazione nucleare. Nell’establishment iraniano è aperto un dibattito sulle relazioni con gli Stati uniti: parte dei conservatori è disposta a trattare con Washington, «dicono che non bisogna dare scuse agli Stati uniti per un altro regime change americano, stile Baghdad». Molti riformisti sperano che tutto questo spinga il potere a compromessi, centinaia di intellettuali e deputati in queste settimane hanno firmato appelli a rafforzare le riforme democratiche. Baghi è convinto però che il potere non verrà facilmente a patti. «Il gruppo più oltranzista pensa che ogni flessibilità sarà vista come un cedimento, e sanno che se il potere comincia a cedere è finito».
Si preparano tempi bui. «I conservatori controllano economia, esercito e magistratura. Useranno armi e prigioni per reprimere tutto ciò che minaccia il loro potere. D’altra parte, molti iraniani sono delusi dalla lentezza delle riforme: così, andiamo a una radicalizzazione dello scontro. Si radicalizza il potere, nel timore di perdere presa, e si radicalizzano i riformatori». Eppure, ai delusi delle riforme Baghi ricorda che libertà e giustizia «si negoziano» in un continuo scontro con il potere. «E quando avremo conquistato un po’ di democrazia, ricordate che avremo dovuto batterci contro il lato oscuro del potere, quello dei serial killings».

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