November 23, 2004

Iran, Emadeddin Baghi racconta il difficile cammino verso la libertà

il manifesto - 23 Novembre 2004

Iran, Emadeddin Baghi racconta il difficile cammino verso la libertà
Stampa e potere, democrazia in bilico
MARINA FORTI
INVIATA A TEHRAN
Non è durato molto, il giornale Jomhouriyat («Repubblica»): al dodicesimo giorno di pubblicazione, la testata quotidiana diretta da Emadeddin Baghi è stata chiusa senza tanti complimenti per direttiva del giudice Said Mortazavi, procuratore generale della provincia di Tehran. La chiusura di un giornale non è fatto straordinario in Iran: centinaia di testate sono state chiuse negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2000, quando la repressione si è abbattuta in modo sistematico sui giornali indipendenti fioriti nel nuovo clima di libertà innescato dalla presidenza di Mohammad Khatami (eletto nel `96). E' vero che per ogni giornale chiuso altri hanno aperto, magari con gli stessi giornalisti che, seppellita una testata, ci riprovano con un altro nome. Negli ultimi mesi, però, l'attacco alla stampa conosce un nuovo picco: per la prima volta, non c'è nessun giornale vicino ai riformisti nelle edicole, mentre sono sotto attacco anche i giornali on-line che erano diventati l'ultimo rifugio del giornalismo indipendente. Segno dei tempi. Spento l'entusiasmo pubblico suscitato anni fa dalle riforme democratiche, sconfitto il movimento riformista, ormai nel Majlis (il parlamento nazionale) siede una solida maggioranza conservatrice, il governo del presidente Khatami è accerchiato e delegittimato e sull'Iran soffia un vento di restaurazione.

Me l'aspettavo
«Avevo messo in conto la chiusura, ma non me l'aspettavo così presto», dice Emadeddin Baghi nel suo ufficio: è la redazione dove aveva già diretto un altro quotidiano, Fath, che aveva fatto in tempo a distinguersi per una serie di inchieste su affari sporchi dei servizi di sicurezza, prima di essere chiuso dalla magistratura nei primi mesi del 2000 (Baghi ha scontato tre anni di galera). Tornato in libertà nel 2003, Baghi ha tentato con una casa editrice che però non ha mai potuto far circolare i suoi libri perché respinti dalla censura. Ora, finito anche Jomhouriyat, conduce ricerche sociali insieme a giornalisti e giornaliste rimasti senza lavoro.

Eppure Emadeddin Baghi resta ottimista. «Vede, se ci lasciamo paralizzare dalla delusione cessa anche la protesta, e il potere resta senza opposizione. Perdere le speranze è come scavarsi la tomba... Non lo dico per consolarci: le società non sono statiche, e nella società iraniana sono cominciate trasformazioni profonde». In uno dei suoi ultimi articoli, cita alcuni segnali: l'istruzione superiore si è allungata, oltre 60% degli studenti universitari sono donne e così anche il 22% degli iscritti all'associazione professionale dei giornalisti; nell'accademia militare, i diritti umani sono entrati nel curriculum («fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile»). Perfino il tasso di divorzio, aumentato del 20% è «un segnale che il matrimonio tradizionale sta cambiando via via che le donne acquisiscono più diritti». Negli enti locali decentrati, spesso funzionano consigli comunali con grande partecipazione democratica delle cittadinanze. E poi, negli ultimissimi anni sono nate circa 8.000 «organizzazioni non governative» dedite a questioni sociali le più diverse: dai diritti dei lavoratori ai bambini di strada, dalle attività artistiche alla protezione dei diritti delle donne: «Queste ong erodono le idee fondamentaliste e il potere dello stato. Rafforzare le ong e le istituzioni civili è una delle strategie più importanti per realizzare il cambiamento sociale», scriveva Baghi.

La società che cambia

Guardare la società che cambia era l'idea di fondo di Jomhouriyat. «Oltre all'informazione generale avevamo pagine sul lavoro, i sindacati e le associazioni professionali, e direi che ha avuto successo, dalla valanga di segnalazioni o notizie che abbiamo cominciato a ricevere. Era la prima volta che capitava in un giornale iraniano. Un'altra pagina era sulle minoranze, per riflettere i temi e problemi delle province del paese. Un'altra ancora dava conto delle ong, cioè della società civile che si va organizzando». La formula ha avuto successo, l'agenzia (unica) di distribuzione diceva che già per i primi numeri non c'erano rese: tiratura esaurita. «Abbiamo cercato di riflettere i problemi reali», insiste Baghi: «Uno dei problemi del movimento riformista è che ha perso di vista la società. Discutevano se le riforme potevano farsi dall'interno dello stato o dal di fuori, hanno cercato di cambiare le strutture del potere ma hanno finito per porre l'accento sul potere e perdere di vista i problemi materiali. Si è creato un gap tra loro e la società: per questo, quando i deputati riformisti esclusi dalle elezioni hanno occupato il parlamento per protesta, prima delle legislative di febbraio, nonostante il loro appello al pubblico non avete visto mobilitazioni popolari a loro sostegno».

Una minaccia per il potere

Perché un giornale simile è stato chiuso, che minaccia rappresentava per il potere? Baghi non ha dubbi: «Lo stato non può tollerare nessun tipo di media, giornale, libro o persona che riscuota successo presso un'audience popolare ampia: teme che diventi troppo influente e si trasformi in uno strumento di mobilitazione sociale». Dice «lo stato» e si riferisce alla struttura del potere controllata dalla Guida suprema, a cui rispondono direttamente entità come il Consiglio per il discernimento delle scelte (che arbitra i confitti di potere tra parlamento eletto e Guida suprema), o il Consiglio dei guardiani (che convalida o respinge le leggi approvate dal parlamento e seleziona i candidati alle cariche pubbliche: è quello che un anno fa ha escluso quasi tutti i candidati riformisti alle elezioni parlamentari), gli apparati di sicurezza e la magistratura. Istituzioni al di fuori da ogni controllo democratico: è questa dualità di poteri tra istituzioni elette come il parlamento o il presidente, e poteri che emanano da un potere assoluto, che ha vanificato l'esperienza riformista in Iran. «Lo stato combatterà ogni media che acquista audience popolare perché è una sfida alla sua legittimità fragile».

L'allarme di Amnesty

Pochi giorni fa, Amnesty International ha diffuso un allarme: «Un'amministrazione della giustizia viziata porta a imputazioni politicamente motivate che risultano in condanne e incarcerazione di difensori dei diritti umani come Emadeddin Baghi», dice l'organizzazione. Da quando è stato scarcerato nel 2003, Baghi è nel mirino della magistratura: convocato ben sei volte a rispondere di vaghe accuse di diffamazione o insulto delle autorità dello stato, ammonito a rigare dritto, censurati i suoi libri, condannato a un anno (con sentenza poi revocata un mese fa) per vilipendio. Ormai il direttore del quotidiano Sharq, che a volte pubblicava commenti di Baghi, ha avuto ordine di non accettare i suoi articoli. «Qualcuno nello stato ha deciso già in partenza che i miei lavori non vanno pubblicati», è convinto Baghi: «Pensano che togliendo a quelli come me l'audience pubblica, finiremo dimenticati». Dà fastidio anche il lavoro intrapreso insieme ad altri con la Società per la difesa dei diritti dei detenuti, associazione legalmente registrata nel luglio scorso per proteggere i detenuti (anche comuni) e promuovere la riforma carceraria («la magistratura ha fatto pressione perché non ci dessero i permessi, ora che abbiamo violato le norme»). In agosto, Baghi ha scritto un articolo per denunciare il caso di un uomo tenuto in galera appeso per un polso così a lungo che gli è stata poi amputata la mano: ora l'articolo è il capo d'imputazione in una causa per vilipendio. In ottobre gli è stato impedito di salire su un volo diretto in nord America, dove era stato invitato a tenere delle conferenze, e gli è stato sequestrato il passaporto. Nel suo appello, Amnesty International afferma di sapere da fonte certa che l'ordine di confiscare il passaporto, come già l'ordine di chiudere Jomhouriyat, viene dal giudice Said Mortazavi, il potente capo della procura generale di Tehran il cui nome è stato legato all'uccisione della giornalista iraniano-canadese Zahra Khazemi (Mortazavi era fino a poco più di un anno fa il capo della sezione speciale per la stampa, l'artefice della sistematica repressione di giornali e giornalisti).

Insegnamento proibito

Ora Emadeddin Baghi sta preparando un appello: cita le angherie subite fin dal 1994, quando gli è stato vietato di insegnare all'università, e poi quando scriveva insieme al collega Akbar Ganji (ora in galera) dei «misteriosi» serial killings, ondata di omicidi politici di cui i due avevano svelato i mandanti negli apparati di sicurezza dello stato - attirandosi minacce di morte e una persecuzione giudiziaria che dura ancora. Cita anche le norme costituzionali che garantiscono diritti individuali, garanzie giurisdizionali, libertà d'espressione. E' in attesa di una sentenza, l'ennesima. Sorride: «Bisogna essere pronti al peggio. Vogliamo riforme democratiche in questo paese ma sappiamo per esperienza che c'è un costo da pagare, abbiamo visto prigione, omicidi. Se non siamo disposti a pagare un prezzo, non ci sarà cambiamento».

Baghi appartiene alla generazione che ha fatto la rivoluzione islamica, come altri intellettuali riformisti critica la repubblica islamica dall'interno. Vede nella società iraniana correnti di critica diverse? «Le generazioni venute dopo hanno ideali e aspettative molto diversi dai nostri. Hanno più conoscenze generali di quelle che avevamo noi, ma mi sembrano meno idealisti. A volte mi sembra che siano meno disposti a correre rischi. Noi eravano più nazionalisti, loro sono più globali. Il modo di intendere la religione è diverso, anche quando sono credenti. Guardano la nostra rivoluzione come un fatto storico che li riguarda poco, come io potrei pensare alla rivoluzione costituzionale dell'inizio del Novecento. E' ovvio. Anche quando sono attivi e chiedono cambiamenti e riforme, le richieste coincidono con le nostre ma la spinta è diversa. Noi crediamo ancora che le condizioni presenti in Iran siano un'aberrazione della rivoluzione a cui abbiamo preso parte perché volevamo libertà e giustizia. Loro non hanno nessuna nostalgia per la nostra rivoluzione».



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